VIVA, la cultura della Sostenibilità: intervista ad Alberto Tasca d’Almerita

VIVA, la cultura della Sostenibilità: intervista ad Alberto Tasca d’Almerita

L’importanza che il vino riveste sulla nostra economia deve tradursi in un approccio che tiene conto degli impatti che la produzione di una bottiglia ha sull’ambiente: sviluppare questa consapevolezza, per il consumatore come per il produttore, è fondamentale per generare un circolo virtuoso e tutelare il nostro futuro.

Dal 2010 Chiarlo aderisce a VIVA, progetto del Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare per una viticoltura sostenibile: per capire meglio di cosa si tratta abbiamo intervistato Alberto Tasca d’Almerita, proprietario di Tasca d’Almerita, celebre cantina siciliana che, tra le prime, si è fatta portavoce del progetto.

La nostra adesione al progetto del Ministero dell’Ambiente VIVA Sustainable Wine nasce da questi presupposti, dall’idea che la più importante coltura delle colline piemontesi, la vite, possa essere fonte di reddito e, contemporaneamente, cura del paesaggio, in tutti i suoi aspetti e lungo tutta la filiera: dal consumo dell’acqua alla produzione di anidride carbonica, dalle pratiche in vigna agli interventi sul territorio.

«Dalla vendemmia 2010 il nostro Barolo Cerequio è stato certificato come VIVA Sustainable Wine. A partire dal millesimo 2013 saranno certificati VIVA tutti i Grandi Cru di Michele Chiarlo».

Quali obbiettivi?

Il progetto VIVA Sustainable Wine “La Sostenibilità della Vitivinicoltura in Italia”, mira a migliorare le prestazioni di sostenibilità della nostra azienda monitorando e sviluppando pratiche virtuose in tutti i settori della filiera vitivinicola. Non solo. Il lavoro di monitoraggio deve essere trasparente e immediatamente fruibile dal consumatore: per questo ogni vino che aderisce a VIVA Sustainable Wine presenta il logo del progetto e un QR code attraverso il quale verificare i risultati raggiunti.

Gli indicatori

VIVA Sustainable Wine tiene conto di quattro diversi indicatori per valutare l’impatto ambientale della nostra azienda.

ARIA – Valuta l’emissione di CO2 lungo il ciclo vita di ciascun prodotto e il totale delle emissioni climalteranti della cantina al fine di diminuire l’impronta carbonica della filiera.

ACQUA – L’impronta idrica esprime il volume totale di acqua dolce consumata dalla cantina per combattere sprechi e inquinamento.

VIGNETO – L’indicatore prende in considerazione le pratiche di gestione agronomica e l’impatto sull’ecosistema.

TERRITORIO – Indicatore creato per considerare, nella valutazione di sostenibilità, il paesaggio inteso come interrelazione tra natura e uomo, valutando la ricaduta sul territorio delle azioni intraprese dalla cantina.

 

TASCA D’ALMERTITA 

Da otto generazioni, la famiglia Tasca d’Almerita si è dedicata alla viticoltura: duecento anni di sperimentazioni e lavoro a contatto con la terra che hanno reso l’azienda di Regaleali, nelle basse Madonie tra Palermo e Caltanissetta, una delle più importanti della Sicilia. La famiglia Tasca d’Almerita fin dalla prima ora ha sposato il progetto VIVA, diventandone uno degli ambasciatori in e nel mondo.

Alberto Tasca d’Almerita, perché avete deciso di aderire a VIVA?

Alberto Tasca d'Almerita

Alberto Tasca d’Almerita

VIVA nasce dalla nostra personale visione in fatto di responsabilità ambientale. Siamo un’azienda che da sempre è stata attenta alla natura come patrimonio da tutelare attraverso azioni sostenibili. Da qualche anno questi principi hanno creato un nuovo trend di consumo consapevole, molto attento agli aspetti ambientali, all’impatto che un determinato stile di produzione genera nel suo contesto. VIVA nasce dall’incontro tra valori aziendali e mercato, alla ricerca di un giusto equilibrio tra reddito e responsabilità. Fu un progetto che proponemmo all’allora Ministro dell’Ambiente, Corrado Clini, che fu lieto di collaborare alla creazione di una certificazione nazionale basata su parametri scientifici.

Cosa vi ha spinto ad essere tra le prime aziende di questo progetto?

In quel momento per noi era necessario creare un programma basato su protocolli scientifici e, soprattutto, sulla ricerca. Avevamo bisogno di parametri fissi che certificassero nella maniera più oggettiva possibile la sostenibilità della filiera di un’azienda vitivinicola e fungessero da sprone per poter migliorare: valutare scientificamente il proprio impatto sull’ambiente dona una direzione e un senso al tuo lavoro. È importante per chi produce vino a livello familiare e artigianale sapere che il proprio territorio sarà ancora produttivo e vitale nelle generazioni a venire. VIVA nasce da un lungo lavoro di ricerca e si fonda su quattro elementi portanti: acqua, aria, vigneto, territorio, per ciascuno dei quali valgono standard e norme internazionali, certificati da un ente terzo.

Quali sono i caratteri distintivi di VIVA e perché un’azienda dovrebbe scegliere di aderirvi?

Innanzitutto VIVA è un programma sviluppato dal Ministero dell’Ambiente, valido su tutto il territorio nazionale. Al contrario di altre certificazioni, offre un doppio grado di controllo: di tipo verticale, cioè di prodotto, e di tipo orizzontale, cioè dell’intera organizzazione aziendale. Ci sono certificazioni che analizzano solo il prodotto e spingono le aziende a creare etichette “green” non modificando il proprio impatto globale. In questo, credo che VIVA sia il più avanzato e completo sistema di certificazione di sostenibilità vitivinicola in Italia perché fornisce un approccio etico onnicomprensivo.

VIVA non è solo un progetto di sostenibilità, ma di trasparenza nei confronti dei cittadini e dei consumatori. 

Esatto. VIVA comunica i risultati direttamente ai consumatori e, in qualche modo, rende un’azienda vitivinicola dinamica, in movimento, perché i risultati del suo impegno ambientale sono sotto gli occhi di tuti. La staticità per chi lavora con la natura, è pericolosa, perché favorisce la ripetizione e la cronicizzazione di pratiche dannose, anche se considerate tradizionali.

Quante aziende aderiscono a VIVA? E perché lo hanno fatto?

Le aziende vitivinicole sono circa una cinquantina. Sembrano poche, ma siamo all’inizio di un percorso non semplice, che coinvolge tutta la filiera. Chi aderisce a VIVA lo fa prima di tutto per un senso etico. In seguito, comprende che c’è un lato pratico: avere i dati a disposizione e averli resi pubblici aiuta a evitare gli sprechi e a controllare tutti gli aspetti della propria produzione. Certo, per fare questo, un’azienda deve essere pronta.

E in Italia, i consumatori sono pronti a riconoscere gli sforzi fatti per VIVA?

In Italia siamo ancora in una fase embrionale. All’estero questo tipo di certificazioni fa parte della cultura stessa del consumatore, soprattutto in Nordeuropea e Nordamerica. Uno degli obbiettivi di VIVA è proprio quello di diffondere questa cultura e questa consapevolezza anche in Italia.

Secondo voi la trasparenza del settore vino dovrebbe essere un valore più condiviso?

La trasparenza è un valore aggiunto per il consumatore, ma soprattutto per l’azienda stessa. Operare in modo onesto con gli altri aiuta ad essere onesti con sé stessi e a vedere i propri limiti. La trasparenza aiuta un’azienda a crescere, in tutti i campi.

Tra produttori che aderiscono a VIVA, si creano collaborazioni?

VIVA è un progetto che mette in rete i risultati. Questo crea una competizione sana nei confronti della sostenibilità, spinge le aziende a fare di più e a fare meglio. E fare meglio, in questo campo, significa fare meglio a tutto l’ecosistema. Aggiungo che, uno degli obbiettivi di VIVA è quello di creare gruppi di viticoltori che si associano per sostenere le spese della certificazione, e ridistribuire i costi.

Come prevedete lo sviluppo di questo progetto?

Credo che VIVA sia un progetto fondamentale e inevitabile. Perché non è un progetto alternativo alle certificazioni biologiche o biodinamiche, o ai protocolli regionali. È un programma trasversale che quantifica l’intera filiera di un’azienda e mette dei paletti chiari e trasparenti. Credo che la prima evoluzione di VIVA sia comunicare questi paletti, da qui nascerà un percorso nuovo per tutto il settore.