Gianni Fabrizio: “una questione di terra”
Gianni Fabrizio è una delle voci più autorevoli del giornalismo enologico contemporaneo. Curatore della Guida Vini d’Italia del Gambero Rosso, ha costruito il suo percorso attraverso un lavoro costante di degustazione e confronto diretto con i territori e i produttori italiani. La sua prospettiva su Cerequio è quella di chi ha assaggiato decine di vendemmie, assistito ai cambiamenti climatici e stilistici, e riconosciuto in questo vino una capacità rara: quella di restare fedele a se stesso.
Quando si parla di cru di Barolo, spesso si cerca di stabilire gerarchie. Ha senso farlo oggi?
In realtà no, o meglio: non esiste, e non può esistere, una classifica ufficiale. Le menzioni sono moltissime – centosettanta, a cui si aggiungono le 11 comunali – e qualsiasi graduatoria resta inevitabilmente personale. Detto questo, nella mia personale graduatoria Cerequio è sempre stato molto in alto, direi tranquillamente nei primi dieci e spesso anche nei primi cinque.
Cosa distingue Cerequio, nella tua esperienza, rispetto ad altri cru?
Per me è quello che i francesi chiamerebbero un grand cru – e ha tutte le caratteristiche che ci si aspetta da un vino di questo livello. Prima di tutto una riconoscibilità molto netta e un senso del territorio chiarissimo. È un vino dalla naturale eleganza, con un equilibrio molto centrato, una complessità olfattiva molto marcata e una struttura importante, che però non prende mai il sopravvento.
Detto questo, c’è poi il Cerequio di Michele Chiarlo, che per me ha sempre avuto un tratto distintivo ancora più evidente. Ricordo bene che, nelle degustazioni fatte con Gigi Piumatti e Daniele Cernilli, il Cerequio di Chiarlo si riconosceva spesso alla cieca grazie a quelle note che definirei quasi orientaleggianti: balsamiche, mentolate, talvolta di eucalipto. Non era mai una questione di legno, ma di terra, di impronta. Ed è una caratteristica che, sorprendentemente, è rimasta nel tempo.
Anche il percorso critico sembra confermare questa continuità.
Sì, basta guardare ai riconoscimenti. La prima annata a ottenere i Tre Bicchieri è stata la 1988 e, da allora, ne ha conquistati 12 (‘88, ‘93, ‘95, ‘96, ‘97, ‘98, ‘07, ‘09, ‘10, ’16, ’18, ’21, n.d.r.). È un dato che racconta molto bene la solidità di questo cru e la coerenza con cui è stato interpretato nel corso degli anni.
Nel frattempo, il clima è cambiato e molte aziende hanno modificato il proprio stile. Cerequio come ha reagito?
Il clima è cambiato, è evidente, e anche la gestione della vigna si è dovuta adattare. Ciò che, invece, non è mai cambiato è l’interpretazione che Chiarlo ha dato di questo cru. L’azienda ha sempre lasciato esprimere il territorio, e questo fa sì che le caratteristiche che rendevano Cerequio riconoscibile allora siano le stesse che lo rendono riconoscibile oggi. Altri produttori, nel frattempo, hanno cambiato stile o hanno iniziato a lavorare su Cerequio più tardi; chi, come Chiarlo, lo fa da così tanto tempo ha potuto costruire una continuità vera.
Quanto pesa, in questo, l’eredità di Michele Chiarlo?
Pesa moltissimo. Michele l’ho conosciuto quando ero giovane e l’ho ascoltato molto. Aveva un messaggio estremamente carismatico, che è rimasto più di qualsiasi moda. Il fatto che oggi Stefano e Alberto portino avanti quell’eredità si sente chiaramente, ed è una cosa che emerge sempre più spesso anche parlando con altri addetti ai lavori. Sono stati davvero bravi a raccogliere ciò che Michele aveva deciso e impostato.
Guardando al futuro, quali sono le sfide principali per Chiarlo?
Credo che la sfida principale sia mettere in sicurezza ciò che è stato costruito. La Barbera, e in particolare il Nizza, rappresentano un patrimonio per cui Michele ha lottato tutta la vita e che oggi Stefano continua a portare avanti con convinzione. Barolo e Barbaresco restano pilastri imprescindibili. Sul Barbaresco, alcune dinamiche sono ancora in evoluzione, ma il percorso è chiaro.
C’è un ricordo personale legato ai vini Chiarlo che ti è rimasto particolarmente impresso?
Sì. Il primo vino di Chiarlo che ho assaggiato, all’inizio degli anni Novanta, era uno splendido Gavi Fornaci, prodotto all’epoca con il primo enologo; era un grande bianco, un lavoro che merita di essere ricordato e che credo abbia ancora molto da raccontare.
Infine, Palás Cerequio: come leggi questo progetto di ospitalità?
Ritrovo anche qui lo stile di Michele: fare le cose in punta di piedi, senza mai entrare a gamba tesa. L’ospitalità nasce come naturale estensione del cru, con l’obiettivo di restituire valore a un luogo straordinario. La ristorazione è arrivata con molta gradualità, sempre con l’attenzione a non fare concorrenza al territorio. Un approccio misurato, coerente, che oggi appare particolarmente attuale.