Nizza DOCG, tre domande a Gianni Fabrizio

Nizza DOCG, tre domande a Gianni Fabrizio

A Nizza Monferrato, lo scorso febbraio, è stata presentata prima la zonazione del Nizza Docg realizzata da Alessandro Masnaghetti: un lavoro fondamentale e necessario. 

Fondamentale perché, letteralmente, pone le fondamenta di tutto quanto, d’ora in avanti verrà detto sulla denominazione e i vini qui prodotti. Necessario perché il valore di un vino passa necessariamente dalla sua zonazione. Come insegnano i francesi, mappare un territorio vinicolo significa aumentare la valorizzazione dello stesso, permettendo ai consumatori di capire e apprezzare le differenze dei vini qui prodotti. Differenze che, mai come in Piemonte, hanno una reale corrispondenza con il prestigio e l’identità di un vino. 

Una denominazione in crescita.

Il Nizza Docg si sta dimostrando un nuovo bacino di eccellenza del vino piemontese, su cui molti stanno puntando le proprie attenzioni. Ottenuta la Denominazione di origine controllata e garantita nel 2014, si è passati da una produzione di 800 mila bottiglie ad una che, finito l’affinamento della vendemmia 2017, potrebbe raggiungere 1 milione e 200 mila bottiglie, grazie ai quasi 9 mila ettolitri prodotti. Un bel salto davvero, che ha moltiplicato le bottiglie così come l’estensione dei vigneti (vigneti di barbera, precisiamo, in quanto il Nizza è 100% Barbera con un affinamento minimo di 18 mesi, di cui ameno 6 in botti di legno). Da meno di 100 ettari vitati prima del 2014 si è passato agli oltre 196 odierni, con un 100% di nuovi impianti negli ultimi due anni e alcuni produttori delle Langhe pronti a tutto pur di acquistare vigneti nella zona. La stessa Associazione Produttori del Nizza nata nel 2002, che ebbe Michele Chiarlo come primo presidente, da uno sparuto gruppo di 15 tesserati, oggi ne conta più di 51. 

Tre domande a Gianni Fabrizio

Come e perché il Nizza Docg abbia trovato la forza di differenziarsi e promuoversi, lo abbiamo chiesto a Gianni Fabrizio, grande conoscitore del Monferrato e della Barbera, amico del Nizza e curatore della guida del Gambero Rosso.

Gianni, assieme al Nizza esistevano altre due sottozone della Barbera: il Tinella e i Colli Astiani. Come mai non sono riuscite ad emanciparsi in modo altrettanto deciso?

Gianni Fabrizio

Il Nizza è l’unica sottozona del Barbera d’Asti che ha avuto la forza di emergere e conquistarsi un posto di rilievo come Docg a sé stante. Questo si deve principalmente a due ragioni. Da una parte la straordinaria avventura dell’Associazione Produttori del Nizza, che, grazie a persone come Tullio Mussa, Michele Chiarlo e Giuliano Noè, ha portato avanti un discorso fondamentale sulla qualità del vino, lottando perché i produttori ne capissero l’importanza. Dall’altra è una questione di numeri e cantine. Il Nizza è l’unica sottozona in cui sono presenti tante aziende vitivinicole, alcune di enorme prestigio. Queste realtà hanno trascinato la qualità del Nizza verso l’alto e hanno intrapreso un’azione politica e economica per l’emancipazione del Nizza, che comunque rimane una zona vocatissima alla Barbera d’Asti. 

Da dove deriva questa vocazione?

È di tipo storico e qualitativo. Innanzitutto, le aziende del territorio di Nizza hanno una storia, a volte centenaria. Cantine che hanno segnato l’avventura del Barbera d’Asti, riportandolo al suo splendore dopo che era stato dato per spacciato. Soprattutto, la zona del Nizza ha un’effettiva omogeneità qualitativa che ha sempre premiato le uve qui prodotte, che venivano pagate di più. Insisto però su di un punto: il Nizza ha potuto contare su di un territorio unito sotto la bandiera della valorizzazione. Produttori, enoteche, ristoranti, enologi, amministratori: tutti hanno creduto che questa denominazione meritasse la Docg e potesse camminasse sulle sue gambe. 

Adesso che è uscita la mappa di Masnaghetti come si procede per non perdere le posizioni acquisite?

Vedo due strade. La prima è lo storytelling. Così come la Borgogna affascina il mondo con le storie dei suoi cru, così il Nizza deve imparare a raccontare le caratteristiche e le peculiarità emerse dalla zonazione. La seconda è la “pratica dei nomi”. Mi auguro davvero che tutti i produttori comincino a usare il nome dei cru dove vinificano, in maniera sistematica. Il risultato sarà quello di una sana competizione: le aziende che vorranno aumentarne il prestigio dovranno impegnarsi a fondo per fare un vino speciale, diverso e riconoscibile fra gli altri. Il tempo e i consumatori, infine, ci daranno una naturale gerarchia, che renderà il Nizza e le sue zone ancora più ricche di fascino e storie.