Giuliano Noè, tre domande sul Nizza DOCG

Giuliano Noè, tre domande sul Nizza DOCG

Lo chiamano «Barberologo». Non solo perché è convintissimo che il Barbera sia il miglior vino al mondo, ma perché, quando si parla di questo “nettare”, la storia degli ultimi 40 anni lo vede sempre in prima linea.

Giuliano Noè

Lui è Giuliano Noè, nato a Monforte d’Alba nel 1935, enologo e consulente di alcune delle più importanti aziende vitivinicole italiane. Soprattutto, grande appassionato della sua terra adottiva, il Monferrato, che lo ha accolto nel mondo del vino quando nel 1956, iniziò a farsi le ossa in una cantina di Canelli. Da allora Noè e la Barbera sono andati a braccetto, attraversando con coraggio i durissimi momenti della sua storia popolare, quando era un vino di largo consumo e poco pregiato; i momenti ancora più duri dello scandalo dell’etanolo, che cominciò proprio da una bottiglia di Barbera; e, infine, la gloria della rinascita, che negli anni ’80 vide proprio Noè protagonista di una battaglia per la valorizzazione della “Signora in Rosso: «La mia fortuna è stata di collaborare con persone intelligenti e aziende importanti nel momento in cui la Barbera usciva dal suo stato di vino da bettola e diventava uno dei più importanti ambasciatori del Piemonte nel mondo».Tra le grandi sfide del «Barberologo» non poteva mancare quella del Nizza, ovvero del «super Barbera» che, dopo anni di lotte, nel 2014 è stato riconosciuto come vino autonomo: una Docg che sta crescendo in fatto di numeri e qualità e che come lo stesso Noè ha seguito fin dalle sue fasi embrionali.

Giuliano Noè, perché lei, insieme all’Associazione Produttori del Nizza, avete creduto in questo nuovo progetto?
«Se il Barbera è il miglior vino del mondo, il Nizza rappresenta la sua punta di diamante. Tutto parte dal 2000, quando la legge permise di indicare la sottozona omonima. Da lì, ascoltando i vecchi viticoltori e studiando incessantemente la qualità delle uve e dei terreni, abbiamo capito che bisognava restringere il nome della Barbera d’Asti ad un’area geografica precisa, il Nizza appunto. Ma non è stato facile far capire che si trattava di un Barbera “speciale” da una zona altrettanto rinomata.

Tenuta La Court

Come avete fatto ad aumentare la percezione del prestigio di questo vino al consumatore?
Molto si deve a Michele Chiarlo, che decise di essere il primo presidente dell’Associazione Produttori e cominciò a piazzare il
Barbera d’Asti Nizza nei migliori ristoranti del mondo. Ci voleva un certo coraggio all’epoca, il rischio era di complicare la già limitata capacità dei consumatori di identificare un vino con le colline d’origine. Ma più probabilmente, la consapevolezza del Nizza fu un’opera di convincimento degli stessi produttori. All’epoca, organizzavano costantemente degustazioni alla cieca, riunioni, dibattiti sul Nizza e sulla sua capacità di “essere diverso”: il Nizza è un vino che nasce nel futuro, ovvero con il progetto ben chiaro di farlo diventare un nome importante fra i rossi italiani e internazionali. Questo progetto lo abbiamo costruito di anno in anno, confrontandoci senza posa. 

Come avete scelto il nome della Denominazione?
Questo è un aneddoto curioso. Quando abbiamo richiesto la Docg ci si è presentato un problema non secondario. Il nome «Nizza» non esisteva, o meglio, il vino avrebbe dovuto riferirsi a «Nizza Monferrato», come i nomi Barolo o Barbaresco si riferiscono alle rispettive toponomastiche. «Monferrato» era già l’epiteto di molti vini e noi volevamo differenziarci. Anche qui Michele Chiarlo ha sciolto il nodo gordiano: «Nizza» era il nome del principale torrente che scorreva nella zona. Bene, avevamo un riferimento geografico inappellabile e un nome breve, di facile memoria, che preservava la sottozona rilanciandola e portandola su di un piano completamente diverso, con una storia tutta da riscrivere.