Paolo Massobrio: il valore delle relazioni
Giornalista, critico enogastronomico e fondatore del Club di Papillon, Paolo Massobrio ha raccontato per decenni il mondo del vino e del cibo italiano, attraversandolo con lo sguardo di chi ne ha visto l’evoluzione culturale, tecnica e commerciale. Autore di numerosi libri e saggi sul gusto e sulle tradizioni culinarie, ha sempre affiancato alla sua attività di divulgazione un’attenzione particolare per il legame tra il prodotto e il territorio.
Michele Chiarlo – l’uomo e l’azienda – è stato uno dei protagonisti di questo racconto: un incontro casuale, avvenuto negli anni ‘80, si è trasformato in un’amicizia e in un confronto costante sulle sfide e sulle prospettive del vino piemontese. In questa conversazione, Massobrio ripercorre i momenti chiave della visione di Chiarlo, il suo impatto sul territorio e il futuro dell’azienda guidata da Alberto e Stefano.
Hai conosciuto Michele Chiarlo per molti anni e hai seguito da vicino il suo percorso. Qual è il primo ricordo che ti viene in mente se pensi a lui?
Un ricordo che per me è stato determinante – gliel’ho sempre ricordato. Avevo 22 anni, stavo tornando a casa in autostop dopo una vacanza in Sardegna con i miei compagni di università, quando al casello di Tortona si fermò un’auto. Il conducente mi offrì un passaggio. Era Michele Chiarlo. Siccome sul traghetto avevo letto una notizia su una faccenda di zucchero nel vino, sapendo da lui che era produttore, iniziai una discussione, inizialmente anche un po’ provocatoria. Lui non si sottrasse, anzi: si appassionò talmente alla discussione da arrivare a spiegarmi cos’era il marketing del vino e la capacità di acquisire posizioni sul mercato americano.
Ora, per me il vino era mia nonna che vendeva le uve di barbera alla cantina sociale, come facevano tutti al mio paese; lui mi aprì un mondo, che poi conobbi meglio nei miei passi successivi, da sommelier e da giornalista. Siamo rimasti legati per sempre, dopo quel passaggio in auto che giunse fin sulla porta della mia casa.
Nel tuo articolo scritto alla sua scomparsa hai raccontato questo aneddoto. Ci sono altri episodi che, secondo te, raccontano bene la sua personalità e il suo modo di vedere il vino e il territorio?
Subito dopo la laurea feci il servizio militare a Castello d’Annone. Era il 1986, l’anno dello scandalo del metanolo. Allora già iniziavo a scrivere e documentarmi e lo vidi in televisione, perché era il presidente del Consorzio della Barbera d’Asti e del Monferrato; i toni del dibattito erano tesi, la trasmissione era impostata per far emergere un pregiudizio sul vino, ma Michele seppe tenere la barra dritta con grande dignità.
Capì che l’unico antidoto era la relazione, il confronto. In quei frangenti capii che sua forza erano le relazioni, il confronto, ad esempio con un collega e amico come Renato Ratti, che fu illuminante.
Michele ha sempre avuto una visione imprenditoriale chiara, andando oltre il concetto di vino per abbracciare il territorio, l’arte e l’accoglienza. Come descriveresti la sua capacità di anticipare i tempi?
Questa faccenda dell’arte mi ha sempre colpito. Ricordo quando con i miei amici del Club di Papillon ci accolse a La Court, dove erano state appena messe le prime installazioni artistiche. Quello che lui fece in quella collina dimostrò che ogni persona, grata della propria storia, può avere un’incredibile apertura culturale e una curiosità infinita.
Non c’è bisogno di andare all’università, basta il desiderio. E lui aveva il desiderio che il suo territorio fosse agli onori del mondo, per cui l’arte, come modo di interpretare un infinito che poi trovi anche in un prodotto finito come il vino, apre orizzonti che non immaginavi. Il suo rapporto con Giancarlo Ferraris e poi con Ugo Nespolo è stato uno spettacolo, soprattutto per Alberto e Stefano, perché è come se Michele avesse voluto che nel lavoro fra la vigna e la cantina si nutrissero di bellezza, di arte, di racconto. E Stefano e Alberto hanno colto alla perfezione tutto questo, sviluppando anche situazioni splendide come il Palás Cerequio.
Sei stato testimone della crescita del Barolo e della Barbera sui mercati internazionali. In che modo Michele Chiarlo ha contribuito a dare visibilità a queste denominazioni e al riconoscimento del Nizza come DOCG?
Appena Michele produsse il primo Barolo me lo mandò per un parere e così anche gli altri cru, sempre con un suo commento personale scritto a mano su un biglietto. Ed io dissi che anche su Barolo avrebbe scritto pagine importanti, ma per me Chiarlo restava un grande Barberista. E ne sono convinto ancora oggi (o mi voglio convincere, perché le degustazioni di Cerequio e Cannubi, ma anche dei cru di Barbaresco, mi hanno entusiasmato oltremodo).
Tuttavia la cosa più evidente, per me, è stato veder crescere l’apprezzamento internazionale per la Barbera. Il Nizza Cipressi è un vino che ogni volta mi racconta la complessità della Barbera nella sua purezza: è uno dei vini che tengo nella mia cantina personale, sottochiave – ogni bottiglia, anno dopo anno, spiega il segreto del successo di questo vino nel mondo.
Quali erano, secondo te, i suoi tratti distintivi come imprenditore? Era più stratega o più istintivo nelle sue scelte?
Michelino – così lo chiamavano, ed anch’io lo facevo – era metodico: aveva un punto di arrivo, che era l’affermazione dei vini del suo territorio, e un metodo per arrivarci; ma siccome era anche uno stratega ha scelto la Langa e il Barolo per affrontare i mercati internazionali ed aprire anche agli altri vini. Questa si è rivelata una strategia coraggiosa, che poi gli ha aperto altri orizzonti sui quali i figli stanno lavorando. Cerequio è qualcosa di spettacolare.
Oggi l’azienda è guidata da Alberto e Stefano Chiarlo. Come vedi la loro gestione dell’eredità lasciata dal padre?
Mi hanno commosso. Nell’autunno scorso sono stato da loro al Palas Cerequio e mi ha colpito l’umiltà davanti all’assaggio dei loro vini di fronte a noi giornalisti, ma anche l’entusiasmo di una progettualità che sa di poter incontrare il mondo. Sono molto affezionato ad Alberto e a Stefano, perché vedere come adesso loro vogliamo marcare una storia che arriva da lontano, è davvero splendido.
Il legame tra vino e cultura è stato un filo conduttore nel lavoro di Michele Chiarlo. Pensi che questo approccio sia oggi una chiave fondamentale per raccontare il vino?
Sì, la parola “fondamentale” è quella giusta. Il mondo contadino piemontese, in generale, ha sempre pensato che bastasse fare un prodotto buono per stare sul mercato, ma non è così. Questo non è mercato, quindi marketing – questo è un passato che era fatto di isolamento e scarsa connessione. Oggi, invece, è la relazione la chiave di lettura del vino, che passa dall’arte, dalla letteratura, ma anche dall’accoglienza che diventa come la pagina di un libro: memorabile.
Guardando al futuro del vino piemontese, quali pensi siano le sfide principali per un’azienda come Chiarlo?
Oggi il problema sono i dazi, le restrizioni nei consumi, le difficoltà di distribuzione. Ma chi ha creato gli antidoti giusti, come l’enoturismo, può affrontare il futuro con più sicurezza. Chiarlo ha investito molto sull’accoglienza: la sfida è quella di tenere viva una community di appassionati, di tutto il mondo, perché il passato insegna che una cosa buona, se non è comunicata, non esiste. E oggi bisogna comunicare corpo e corpo.
I consumatori stanno cambiando. Stiamo andando verso un pubblico più attento all’esperienza del vino?
Sì, ma la chiave di tutto rimane la relazione. Oggi i giovani sono molto più preparati di quanto non fossimo noi alla loro età, hanno accesso a un’informazione più veloce. Ma poi vogliono il contatto umano: cercano l’anima dell’oste in un ristorante, vogliono un vignaiolo che gli racconti la terra da cui nasce il vino che stanno bevendo. Questo è il futuro.