Jeff Porter: “Tutto parte dall’esperienza”

Jeff Porter: “Tutto parte dall’esperienza”

Poche persone parlano del vino italiano con la profondità, l’esperienza e la schiettezza di Jeff Porter. Negli ultimi vent’anni, Jeff ha ricoperto ruoli chiave nel mondo del vino: sommelier nella Napa Valley, Beverage Director per il Bastianich Hospitality Group, ideatore e volto di SIP TRIP, la docuserie che ha portato il pubblico americano nel cuore della cultura enologica italiana – una vera dichiarazione d’amore ai territori del vino e alle persone che li abitano. Oggi è una delle voci più autorevoli del panorama enologico americano, come Writer-at-Large per Wine Enthusiast, dove si occupa di recensire i vini del Nord e Centro Italia. Ma ovunque si trovi, Jeff parla di vino sempre nello stesso modo: come forza culturale, ponte emotivo e chiave per ritrovare bellezza nel mondo. Una filosofia che ha trovato terreno fertile a Palás Cerequio.

Hai visitato alcune delle regioni vinicole più importanti al mondo. Che impressione ti ha fatto Palás, la prima volta?
Palás lascia senza parole. Davvero, non c’è termine più adatto. Scendi dalla collina attraversando i vigneti di Cerequio, e poi ti trovi davanti questo palazzo del Seicento affiancato da una struttura moderna mozzafiato. C’è un’eleganza pensata nei minimi dettagli, in uno degli scenari vitivinicoli più belli al mondo. Di recente ho portato qui tre donne che lavorano per un brand di lusso internazionale: sono rimaste folgorate. E questo dice molto, no?

Hai vissuto il mondo del vino da ogni prospettiva. Come vedi oggi il ruolo dell’ospitalità di alto livello nel settore?
È fondamentale. Ma ti dirò di più: io toglierei anche il “di alto livello”. Quello che serve davvero è l’ospitalità – fatta con cura. L’idea che qualcosa debba per forza essere pomposo per essere valido è fuorviante. L’importante è che sia ben pensato, ben eseguito, e che metta al centro chi arriva. Una cantina che ti offre un posto dove sederti, rilassarti e mangiare sta già creando qualcosa di potente. Non c’è fretta, c’è cura. E questo cambia tutto. Palás lo fa benissimo: è un luogo dove ti senti subito a tuo agio, e puoi goderti il vino come andrebbe davvero goduto.

Palás Cerequio è concepito come un “Tempio del Barolo”, un luogo immersivo dove vino e territorio sono il cuore di tutto. Quanto è importante creare spazi del genere per chi ama il vino?
Secondo me è essenziale. E do grande merito a Michele Chiarlo per aver guardato oltre la sua cantina, abbracciando l’intera regione, perché conoscere un vino senza conoscere il territorio è come non conoscerlo affatto. Quando un’azienda esce dalla logica dell’autocelebrazione e abbraccia il contesto culturale e viticolo più ampio, diventa custode del territorio. È un approccio generoso, collaborativo – ed è questo che rende l’esperienza speciale. Non solo per gli appassionati, ma per tutta la regione.

Come sta cambiando secondo te l’enoturismo? Cosa cercano oggi le persone in un luogo come questo?
Oggi tutto ruota intorno all’esperienza. Sempre più persone viaggiano per provare qualcosa, per sentire davvero un’emozione – non solo per spuntare una destinazione sulla lista. Questo bisogno c’è sempre stato, certo, ma ora è più diffuso, più consapevole. E riguarda anche un cambio di valori: ci si allontana da ciò che è materiale e si va verso ciò che resta. Perché puoi perdere un oggetto, ma se vivi qualcosa di autentico, quella cosa diventa parte di te. Sempre più spesso, è questo che spinge le persone a mettersi in viaggio.

Cosa cercano i visitatori internazionali quando vengono in Italia per il vino? Noti differenze tra americani ed europei?
Assolutamente. Gli americani arrivano con lo sguardo curioso, spalancato: siamo entusiasti, vogliamo capire, imparare – forse perché non siamo assuefatti dalla bellezza del Vecchio Mondo come chi ci vive da sempre. Gli europei, invece, spesso hanno più contesto culturale o magari qualche aspettativa in più. A volte questo porta una maggiore conoscenza, altre volte un occhio più critico. Ma alla fine, cercano tutti la stessa cosa: la bellezza di un luogo, un’esperienza di significato, e un senso di  connessione.

Il legame tra vino, arte e cultura è centrale nella filosofia di Michele Chiarlo, con progetti come l’Art Park La Court e il Cannubi Path. Che valore dai a questo tipo di integrazione?
Anche qui vale lo stesso discorso di prima: uno senza l’altro non ha senso. Un vino di qualità è parte della cultura, non è un semplice prodotto. Quando metti insieme questi elementi – come ha fatto Michele Chiarlo – offri agli ospiti una visione più ampia del luogo e delle persone che lo vivono. Ed è proprio quello che cercano le persone oggi. In un mondo dove siamo sempre connessi ma spesso ci sentiamo soli, esperienze come queste aiutano a sentirsi più vicini, più coinvolti.
Detto questo, è fondamentale che tutto sia autentico – se l’arte è coerente con lo spazio e con l’idea, funziona. Se è forzata, si percepisce subito. Per funzionare deve venire naturale.

E a Palás ti è sembrato naturale?
Sì, assolutamente. Si percepisce l’intenzione. Non è arte o architettura aggiunta tanto per fare scena. Lo Sky Bar, ad esempio, è uno spazio meraviglioso – ma non mette soggezione. Ti invita. E per chi si avvicina per la prima volta al vino o alla cultura italiana, un’atmosfera così è l’ideale: accogliente, sincera.
Nessuna ostentazione – solo il desiderio genuino di condividere la bellezza. E sinceramente, se hai la possibilità di circondarti di cose belle, perché non farlo?

Era proprio quella la visione di Michele. Hai avuto modo di conoscerlo?
Solo una volta, ma aveva una presenza… quell’aura che si avverte subito. Era uno di quei rari individui che, quando entrano in una stanza, ne cambiano l’energia. Credo davvero che alcune persone irradino la loro essenza in modo così chiaro da modificare l’aria intorno. Michele era così.

Di recente Michele Chiarlo è stato inserito da Food&Wine tra le 50 migliori aziende per l’enoturismo, e il ristorante La Corte ha ricevuto il Best Award of Excellence di Wine Spectator. Cosa ti dice questo tipo di riconoscimento?
Mi dice che hanno capito cosa conta davvero. Non stanno solo cercando di spingere i propri vini – stanno creando uno spazio che onora l’ospite, il territorio, e l’esperienza completa dell’essere qui. Hanno capito che non si tratta di loro. Si tratta di tutti.
E sai, in qualunque modo tu voglia dirlo… il vecchio detto resta valido: what’s good for the goose is good for the gander (se fa bene a uno, fa bene a tutti, n.d.r.)