Cannubi Path: l’arte racconta il vigneto
Arte è progetto, costruzione, segno dell’uomo che lascia traccia nel tempo. Nel suo significato più ampio, la radice latina – ars – indica la capacità di realizzare qualcosa in modo adatto e armonico. L’arte autentica non si impone, ma piuttosto dialoga con ciò che esiste, si intreccia con il contesto senza snaturarlo, aggiungendo un nuovo strato di lettura.
È questo Cannubi Path, nuovo tassello – inaugurato lo scorso ottobre – nel mosaico esperienziale di Michele Chiarlo: un gesto di restituzione, omaggio alla terra, progettato da Ugo Nespolo e dedicato a Michele Chiarlo, che trasforma l’amata e iconica collina in un luogo di riflessione visiva e culturale.
Non una decorazione, ma un percorso artistico pensato per restituire alla collina la centralità che merita, attraverso installazioni che invitano a fermarsi, osservare e riflettere sull’interazione creativa tra uomo e paesaggio.
“Le grandi vigne sono sempre state tutto per noi, ma a un certo punto abbiamo cominciato a guardarle con un occhio diverso.” – Alberto Chiarlo
“Era l’estate del 1996, durante una festa al tramonto a Cerequio. Il Palás era ancora una borgata diroccata, ma quella sera abbiamo capito che il vino non esauriva il valore di questi luoghi. Abbiamo sentito il bisogno di aprirli, di permettere alle persone di camminarli, di assorbirne la bellezza”.
Nasce così l’idea di integrare l’arte nel paesaggio vitivinicolo, non come elemento aggiunto, ma come parte di una narrazione più ampia. Un pensiero già tradotto nell’Art Park La Court e ora ulteriormente sviluppato qui, tra le vigne del più celebre cru del Re del Vino, dove il Barolo incontra il linguaggio visivo del Maestro Ugo Nespolo.

Cannubi, il cru più antico d’Italia
La più celebre delle menzioni geografiche aggiuntive del Barolo, sognata da molti e coltivata da pochi, Cannubi è anche il cru più antico d’Italia: la prima bottiglia a portarne il nome in etichetta – oggi conservata a Bra nell’archivio della famiglia Manzone – risale al 1752. La più celebre citazione del Cannubi, però, si deve alle ricerche di Lorenzo Fantini che, nella sua celebre Monografia Sulla Viticoltura ed Enologia nella Provincia di Cuneo, edita nel 1879, lo indica tra le posizioni migliori della zona, inaugurando la fama vitivinicola che, da allora, si diffuse prima in Italia e poi a livello mondiale, grazie anche a produttori capaci di esaltarne le innate caratteristiche in Barolo d’eccellenza.
Cannubi, situato al centro della denominazione, è il punto d’incontro tra due zone geologiche: i suoli profondi e compatti dell’elveziano e quelli più morbidi del tortoniano. Qui tutto è perfetto – altitudine, esposizione, suoli, giacitura e microclima regalano Barolo al vertice della denominazione.
La vigna terrazzata di Chiarlo
Dal 1989, Michele Chiarlo coltiva un ettaro nel cuore storico di Cannubi (dove si trova il “ciabot”, ovvero l’antico capanno di Cannubi), in una vigna in forte pendenza che è stata terrazzata sotto la guida dell’Università di Changin. Questi ciglioni inerbiti, i primi in un cru di Langa, migliorano l’esposizione solare e preservano il terreno dall’erosione.
Il vigneto è piantato interamente a Nebbiolo, con un’esposizione a sud e sud-ovest, a circa 240 metri di altitudine. I terreni, un mix di marne calcaree tortoniane ed elveziane, poveri di sostanza organica ma ricchi di microelementi come ferro e magnesio, donano alle uve una qualità straordinaria. Ci troviamo all’interno di una delle 6 core zones dei Paesaggi Vitivinicoli di Langhe-Roero e Monferrato, riconosciuti come Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO nel 2014.