Bruno Murialdo – Il senso della bellezza
Bruno Murialdo, fotografo, collabora come freelance a testate giornalistiche nazionali e internazionali. Dall’America Latina alla Russia, dagli Stati Uniti all’Europa, fino alla sua terra adottiva: le Langhe. Qui ha documentato non solo la metamorfosi del territorio, ma anche il percorso di uomini e progetti che ne hanno segnato l’evoluzione. Tra questi, quello di Michele Chiarlo, con cui ha condiviso una lunga collaborazione sin dagli albori del progetto La Court.
Bruno, partiamo dall’inizio: come ha conosciuto Michele Chiarlo?
Sai che a pensarci bene non ricordo neanche il momento esatto? Ma direi che è iniziato tutto per una richiesta di foto, lui cercava delle immagini per delle bottiglie. Io gli dissi subito che lo still life non era il mio stile fotografico, però ci siamo incontrati lo stesso. Sono andato a Calamandrana, mi ha parlato della sua idea, abbiamo assaggiato dei vini, mi ha portato a vedere le vigne.
Parlando, viene fuori un’altra cosa: La Court. Una collina bellissima, tre cipressi in cima, un paesaggio incredibile, ma tutto un po’ abbandonato. Michele aveva già in mente qualcosa, un progetto che andasse oltre la vigna; gli venne quest’idea di farne un luogo speciale. E allora ci siamo detti: dobbiamo vederlo dall’alto.
All’epoca i droni non c’erano, così abbiamo affittato un elicottero. Siamo partiti – da Boglietto, mi sembra – e abbiamo sorvolato la collina. Da lassù, La Court si vedeva nella sua interezza: le curve dei filari, il contrasto tra i colori, la posizione perfetta. Abbiamo scattato una serie di foto, e da quelle immagini è nato il progetto – le prime tracce del percorso di quello che sarebbe diventato l’Art Park La Court.
Dopo quel volo, il progetto è diventato realtà. Lei ha continuato a seguirlo?
Sì, con il tempo La Court ha preso forma. Abbiamo iniziato a organizzare le prime mostre fotografiche e la prima è stata proprio la mia, in bianco e nero, dedicata al paesaggio e alle stagioni della vigna. Poi sono arrivati gli artisti. Luzzati è stato uno dei primi e ricordo bene quando lo vidi camminare per il parco, immaginando le sue installazioni. Lo feci sedere su un’altalena per una fotografia che oggi considero tra i miei scatti più significativi. Negli anni ‘90 e 2000 abbiamo anche ospitato Torino Fotografia, un evento internazionale di altissimo livello. Con Luisella D’Alessandro si allestivano mostre nelle due cascine, si organizzavano esposizioni sulle etichette dei vini, incontri culturali… tutto aveva un senso, un legame.
Michele aveva avuto un’intuizione forte, e questo prima che nelle Langhe si cominciasse a parlare di legare il vino all’arte – aveva già capito che la cultura doveva essere parte integrante dell’esperienza enologica. Non era solo una questione estetica, ma un modo di comunicare il valore del territorio, di creare connessioni più profonde tra il paesaggio e chi lo attraversava.
Se dovesse pensare a un’immagine che racconta La Court, quale le viene in mente?
I primi scatti dall’alto, sicuramente. E poi ce n’è una a cui sono molto affezionato: la foto di gruppo con tutti i lavoratori dell’azienda, proprio lì, con i tre cipressi sullo sfondo. C’erano i dipendenti, i contadini… Era un’immagine di comunità, un’azienda che si raccontava attraverso le persone.
E poi la vendemmia. Ho fotografato una delle prime vendemmie del Barbera lì a La Court, dopo che il percorso artistico era stato definito. L’idea di Michele prendeva forma: vino, arte, paesaggio. Tutto legato, tutto parte dello stesso racconto.
Lei ha vissuto da vicino il passaggio generazionale in azienda. Come vede il lavoro portato avanti dai figli di Michele?
L’azienda è cresciuta molto in tutti i sensi. I figli hanno ereditato non solo un’impresa vitivinicola, ma anche una visione e una filosofia. Sono sempre stati attenti al paesaggio, lo si vede nelle scelte architettoniche, nel modo in cui hanno saputo mimetizzare le strutture produttive nel territorio. Palás Cerequio è un esempio perfetto di questa evoluzione: un borgo dimenticato, abbandonato, trasformato in uno dei luoghi più richiesti del turismo enologico internazionale.
Poi c’è il legame con l’arte, che non si è mai fermato. Penso al Cannubi Path, un progetto che oggi riprende e sviluppa quell’intuizione originaria di La Court, con il contributo di Ugo Nespolo. È un filo conduttore che attraversa tutta la storia dell’azienda e che continua a espandersi.
Michele aveva una sensibilità particolare per l’arte e per il paesaggio. Quanto ha influenzato questa dimensione della cantina?
Michele aveva il senso della bellezza. Quando si camminava con lui tra le colline, non parlava solo di vigne e vendemmie. Notava la luce, le geometrie del paesaggio, l’armonia di una curva nella terra. Sapeva che il vino non è solo un prodotto, ma un modo per raccontare un territorio, per valorizzarlo.
Non era un critico, non si metteva a fare discorsi teorici, ma sapeva riconoscere la qualità, l’armonia, l’equilibrio – lo si è sempre sentito anche nei suoi vini. Ed è stato uno dei pochi, nel Monferrato, a vedere l’arte come parte integrante del suo lavoro. La sua eredità oggi è evidente: l’azienda continua a crescere, a investire in progetti culturali, a mantenere quel legame tra paesaggio e bellezza che lui ha sempre coltivato.
Cosa resta oggi della sua visione?
Tantissimo. E non solo nell’azienda. La Court ha lasciato una traccia anche nel modo di concepire il legame tra vino, arte e paesaggio. Michele ha tracciato una strada: la valorizzazione del territorio non è solo una questione economica, ma culturale.
Se tutti i produttori avessero seguito la sua idea, oggi avremmo un paesaggio ancora più ricco e curato. Il vino è cultura, e Michele lo aveva capito molto prima degli altri.