[...] Abbiamo la guida migliore per la visita: Michele Chiarlo, una vita nel vino, occhi limpidi, passo vigoroso e tono giusto, cordiale ma misurato, per mostrarci il gioiello più prezioso delle sue proprietà. Scendiamo sul sentiero tra gli alti filari, le voci istintivamente sorvegliate, come in un santuario. Il profumo è intenso. Il terreno marnoso-calcareo, spiega Chiarlo, è detto tufo blu e ha la prerogativa di trattenere l'umidità anche nelle annate più torride, così le radici della vite si allungano fino a trovare l'acqua che le nutre. Colpisce la perfezione dei grappoli, già ben formati e compatti, che si allungano con le tipiche alette tra i pampini. L'uva ha acini rotondi e fitti, non troppo grossi, di un blu polveroso, annebbiato, per la pruina che li ricopre. Il nome del vitigno, Nebbiolo, non sembra derivare da questo aspetto velato, ma dal fatto che i grappoli saranno vendemmiati per ultimi, dall 10 al 30 di ottobre, quando nelle valli arrivano le prime nebbie.
Queste uve hanno il periodo vegetativo più lungo in assoluto. Germogliano presto, a inizio primavera, fioriscono intorno alla metà di giugno e, attraverso una lentissima evoluzione, raggiungono il meglio alla fine di ottobre. E questo è uno dei tanti fattori che contribuiscono alla complessa personalità del vino più importante che se ne ricava, il mitico Barolo. Nella solennità reverenziale del luogo potrebbe essere sdrammatizzante cogliere un grappolo per sentirne il peso, il calore, il vo-. lume fra lè' dita. E sfregando vedere il colore della buccia farsi più brillante.
La nostra guida, forse un po' a malincuore, non dice di no: il gesto, per un profano, è istintivo quando si trova in una vigna. Verso il 20 del mese, non prima, l'uva si può assaggiare, «anche se non è certo un vitigno da tavola, il Nebbiolo». Ma adesso che il vino è ancora lontano, la vite trionfa, e sentire quel dolce-asprigno in bocca è un gran piacere, per chi viene dalla città.
Cesare Pavese torna alla mente e al cuore di chi si è nutrito di letture: «La vigna è fatta anche di questo, un miele dell'anima, e qualcosa nel suo orizzonte apre plausibili vedute di nostalgia e di speranza» ("Feria d'agosto", Einaudi). Dal cru di Cerequio, da questa porzione di collina e solo da queste uve, nasce il Barolo di Chiarlo, fiore all'occhiello dell'azienda di Calamandrana, fra Canelli e Nizza, che produce un!! gamma di magnifici vini. E qui, in questo luogo storico a cui nell'Ottocento era stata attribuita la denominazione di "vigna sceltissima", che si è voluto costruire un tempio del Barolo: un caveau dove custodire le varie annate. Nella cantina della casa del Settecento, restaurata senza snaturarne il profilo, dormono 6.000 preziose bottiglie.
Luci, materiali, atmosfera sono autenticamente piemontesi: solenni eppure semplici, austeri e armoniosi, senza spocchia né pompa. Michele Chiarlo, il capofamiglia, e i figli Stefano e Alberto sono disponibili ad accogliere chi vuole visitare il caveau e la vigna, oltre ad assaggiare i vini nella splendida sala di degustazione. |
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