
[...] Il nostro obiettivo è ottenere sempre l'identificabilità del territorio, dei crus, dei vitigni, ma anche un buon invecchiamento. La strada che mio padre ha tracciato e che ha cercato di insegnarci è questa: fare in modo che i nostri vini siano buoni dopo 4-5 anni, ma ancora di più dopo i 15-20 anni. Che è la cosa più difficile».
Ci descrive le proprietà dei vini Chiarlo?
«Noi non crediamo nello stile Chiarlo, nello stile di una cantina, ma nel potenziale che ogni cru, ogni collina, possiede. I nostri vitigni hanno una personalità ben più evidente dello stile dell'enologo o della cantina stessa. Il focus è stato acquisire i vigneti e concentrarsi su di essi. Questo ci ha permesso di aumentare qualitativamente, mantenendo una nostra identità, una nostra filosofia legata più allo stile del cru che non al nostro. Ci preme che i nostri vini siano eleganti e riconoscibili, non da concorso, ma vini che il consumatore beve bicchiere dopo bicchiere, fino a terminare la bottiglia. Secondo noi, è questo il segreto dei grandi vini, che devono evolvere nel tempo, essere invitanti, ricchi di personalità. Qualità pagate dal consumatore finale, che deve gustare appieno il nostro vino».
Tra i vostri prodotti, quale veicola maggiormente la vostra filosofia?
«lo sceglierei una Barbera La Court e un Barolo Cerequio che rappresentano meglio il terroir e i vitigni. Questi due vini identificano al massimo livello lo stile dei nostri due vini più importanti, la Barbera e il Barolo, tra i più conosciuti anche nella ristorazione nazionale e internazionale».
Ci parli del Cerequio...
«Cerequio è uno dei cru storici della zona del Barolo, che era stato un po' dimenticato. Il primo classificatore dei vigneti nelle Langhe è stato Lorenzo Fantini , agronomo del 1850, di cui possediamo una copia del trattato ("Monografia della viticoltura ed enologia della provincia di Cuneo", Ndr). Secondo la sua classificazione dei vigneti del Barolo, l'unico vigneto "sceltissimo" era il Cerequio. Era dal 1984 che vinificavamo le uve appartenenti a questo vigneto, ma nel 1988 abbiamo acquistato questa tenuta, recuperando la casa patronale, la cappella e la casa degli abitanti che abitavano nella borgata a metà Ottocento. Gli abbiamo ridato vita e siamo stati i primi a tornare a produrre questo cru. È stata una scommessa vinta».
Molti membri della sua famiglia lavorano nella cantina. È una passione comune che si rinnova ogni giorno?
«lo ho fatto la scuola enologica, anche perché mio padre mi portava nei vigneti fin da piccolo, trasmettendomi questa passione. Mio fratello ha studiato giurisprudenza, ma si è innamorato del vino da consumatore, così è venuto in azienda dopo gli studi e ora si occupa di marketing. Mia moglie è impegnata da pochi anni nei rapporti con i giornalisti e mia cognata, che è architetto, ha contribuito ai lavori di ristrutturazione della cascina di Cerequio, dove è stata creata una sala di degustazione. Tutto però converge ancora verso mio padre. Insieme siamo coinvolti in un lavoro composto al 99% dalla passione». |