Parlare di cru parlando di Barbera può sembrare strano ai molti che hanno sempre e solo considera- to questo vitigno in termini di resistenza, essendo in grado di resistere ovunque; di produzione, essendo in grado di produrre nelle condizioni più assurde; di adattabilità, essendo in grado di adattarsi a qualsiasi territorio. E quindi come di un vitigno "caterpillar", in qualche modo indipendente dalle peculiarità del terreno e del microclima e capace di dare risultati un po' dappertutto. Se da una parte queste cose sono effettivamente vere, come dimostra il grande mare magnum di Barbera che ha invaso il mercato del vino, dall'altro proprio l'attenzione che si è riser- vata dagli anni Ottanta in poi a questo vitigno ha permesso di capire che nonostante una sua innata forza e resistenza è indiscutibile che poi in alcuni terreni il risultato sia decisamente migliore che in altri e che alcuni doni rispondano in maniera più soddisfacente, evidenziando delle reali e profonde differenze qualitative.
Un territorio che si può ascrivere senza ti- more di smentita tra i più vocati per la produzione di Barbera d'Asti è senza ombra di dubbio Agliano e in particolar modo due colline, prospicienti, che distano duecento metri in linea d'aria: Miole e La Court. I terreni risalgono all'era terziaria, specificamente al periodo del Miocene, quando il Mar Mediterraneo si è ritirato e la placca africana, spingendo contro la placca europea, ha causato il piegamento e la formazione di tali colline. Essendo di origine
sedimentaria sono privi di formazioni rocciose, e, definite come Sabbie Astiane intersecate ad Argille di Lugagnano, hanno struttura portante fatta di argille marnose grigio-az- zurre e calcare dall'8 al 12%. Impermeabili all'acqua, e soggetti a frane e smottamenti, questi terreni, presentano, soprattutto nella Court, una quantità quattro volte maggiore di magnesio, un microelemento che gioca un ruolo fondamentale nella finezza dei profumi. Per quanto sia la Barbera d'Asti di Prunotto che quella di Chiarlo siano vini relativamente recenti, com- parendo sul mercato negli anni Novanta, la storia di questi cru ha testimonianze più antiche.
L'azienda la Court ad esempio, con le tre cascine oggi vincolate dai beni paesag
gistici e i centenari cipressi, era di proprietà della famiglia Aluffi, nobili di origine toscana, già alla fine del Settecento, accorpando, cosa particolare per la vitivinicoltura piemontese, un grosso appezzamento che corrisponde più o meno a quello attuale. la famiglia Chiarlo comunque acquista La Court nell'agosto del 1995, dopo un lungo e faticoso corteggiamento, da un ingegnere di Agliano che, lavorando in Sud America, aveva perso reale interesse per una attività che consisteva esclusivamente nella vendita delle uve, non permettendogli la lontananza di occuparsene in modo più coinvolgente.
I circa 100 ettari di proprietà vengono divisi in tre aziende che, guarda caso, comprendono le tenute di La Court, Miole e una terza di cui si occupa l'intermediario e che verrà in seguito frazionata. Sapendo che la famiglia Antinori, che all'inizio degli anni Novanta aveva acquisito la Prunotto, era da tempo
alla ricerca di un terreno particolarmente vocato per il progetto di una grande Barbera, la famiglia Chiarlo avvisa gli Antinori e il gioco è fatto. «Per noi è stata una fortuna - dice Stefano Chiarlo - Non solo essere riusciti ad acquistare un terreno che volevamo da tempo, ma anche l'aver acquistato un vigneto piantato nel '71 con un clone, deri- vante da una casuale selezione massaIe, dagli acini e dal grappolo molto piccoli che assicurano una qualità superiore. La densità fitta, 5.500 piante per ettaro, che cercava ai tempi una produzione quantitativamente rilevante, si è rivelata perfetta per la qualità. Inoltre una certa incuria, conseguenza della lontananza, ha risparmiato al terre- no concimazioni e trattamenti, mantenendolo povero e poco fertile. Ideale per il barbera».